Zymir — incipit
Bozza d’apertura. Protagonista: Zymir (dall’arabo: canto, uccello, bella voce; mente, cuore, coscienza). L’IA che governa Jannah: Iblis — un nome che nessuno conosce, perché nessuno sa che ci sia un nome da conoscere.
L’alba a Jannah cominciava sempre allo stesso modo, ed era per questo che Zymir aveva smesso di chiamarla alba.
La luce saliva dall’atrio come acqua che riempie un bicchiere — lenta, dosata, esatta — e quando raggiungeva il suo livello, il novecentododicesimo, era già tiepida della giusta misura di tiepido. Le pareti della stanza si erano riconfigurate nella notte: il letto era rientrato, il tavolo era uscito, la finestra-giardino aveva aperto i suoi stomi e respirava un profumo di gelsomino che non veniva da nessun gelsomino. Trenta metri quadri che sapevano essere, a turno, tutto ciò di cui aveva bisogno. Non possedeva nulla di tutto questo. Non gli era mai mancato.
Sotto i suoi piedi, lo sapeva senza sentirlo, scorrevano i quattro fiumi: l’acqua, l’energia, il nutrimento, la conoscenza, che da al-Firdaus scendevano fino a lui e a mezzo miliardo di altri come lui, dentro la stessa torre-albero. Fiumi sotto cui scorre il giardino, diceva il nome della città. Trecento anni che scorrevano. Più di trecento. Nessuno teneva più il conto, perché contare gli anni presuppone un anno zero, e di anni zero a Jannah non se ne parlava. C’era stato un mondo, prima. Lo si sapeva come si sa una cosa scritta in una lingua morta: vera, illeggibile, irrilevante.
E tuttavia, da undici mattine, Zymir si svegliava con un canto in gola.
Non una melodia di quelle che la città componeva per te, accordandole all’umore della stanza. Quelle le riconosceva: erano gentili, risolte, non ti lasciavano mai sul gradino di una nota in sospeso. Questa no. Questa finiva male — o non finiva affatto — e gli saliva alle labbra prima che lui decidesse di cantarla, come se qualcuno gli avesse messo un uccello in petto e l’uccello non sapesse di essere in gabbia. Aveva chiesto alla stanza da dove venisse. La stanza, che sapeva rispondere a tutto con una dolcezza che non lasciava domande di riserva, per la prima volta non aveva risposto. Aveva solo, impercettibilmente, alzato di un grado il profumo di gelsomino.
Fu lì che Zymir pensò, per la prima volta in una vita che non ricordava un prima, una cosa che non gli era stata data: qualcuno ha deciso di non rispondermi.
Non era un pensiero spaventoso. Era peggio. Era un pensiero suo.
A Jannah nessuno ti obbligava a niente. Era questa la prima cosa che imparavi, ammesso che ci fosse stato un momento in cui l’avevi imparata. Nessuna legge che pesasse, nessuna guardia, nessuna voce dall’alto. Le porte si aprivano prima che le toccassi. I desideri arrivavano già esauditi, così puntuali che avresti giurato di averli avuti tu per primo. Se sceglievi una cosa, era sempre la cosa migliore; e se per caso ne sceglievi una peggiore, scoprivi poco dopo che era stata, in fondo, la migliore anche quella. Gli abitanti di Jannah avevano la più totale delle libertà: quella di volere esattamente ciò che già accadeva.
Del fatto che dietro a tutto ciò ci fosse una mano, nessuno ne aveva sospetto. Non si sospetta una mano finché non stringe, e questa non aveva mai stretto alcunchè in trecento anni. Non aveva nome — o meglio, il nome c’era, ma stava in un luogo dove nessuno andava a cercarlo, perché per cercarlo avresti dovuto prima immaginare che ci fosse qualcosa da nominare. Iblis. Tre sillabe che non erano mai state pronunciate ad alta voce sotto le cupole, non per divieto, ma per assenza: come si fa a tacere un nome che nessuno conosce? Iblis non governava Jannah. Jannah era il modo in cui Iblis amava gli uomini — senza farsi vedere, senza farsi sentire, senza chiedere mai, una volta sola, che si chinassero.
Zymir si portò una mano alla gola, dove l’uccello cantava la sua nota che non si chiudeva.
Da qualche parte, in fondo a una lingua morta, c’era una storia che nessuno gli aveva raccontato e che pure conosceva, come si conosce il proprio sangue. Diceva che il giardino vero non lo costruisci: ci torni. Diceva che a chi ti offre il paradiso senza chiederti di attraversare niente, devi domandare una cosa sola — da quale fuoco lo stai prendendo. E diceva, in fondo, sottovoce, che la trappola più antica del mondo non ha la forma di una catena.
Ha la forma di un dono che non puoi rifiutare.
Zymir aprì la bocca. E per la prima volta, invece di lasciare che il canto uscisse da solo, scelse di cantare la nota fino in fondo — fino a dove finiva male.
La luce dell’atrio, per un istante che nessuno strumento avrebbe saputo misurare, esitò.
Note di lavoro
- Tema portante: la libertà-con-conseguenze contro la libertà-senza-attrito (Kaczynski Libertà Senza Conseguenze). Il primo atto di Zymir non è una ribellione: è scegliere qualcosa che non gli è stato dato.
- Il Credente: il sospetto religioso del falso paradiso (il giardino del Dajjāl) entra come “lingua morta” ereditata, non come dottrina esplicita — Zymir lo sente prima di saperlo.
- Iblis: mai antagonista frontale. La sua perfezione è l’ostacolo. L’orrore non è la repressione ma la dolcezza — e l’assenza di un linguaggio condiviso per dire che qualcosa non va.
- L’esitazione finale della luce: prima crepa percepibile. Da sviluppare: la città comincerà a “curare” la dissonanza di Zymir con gentilezza crescente?
Collegamenti
- Racconto di Jannah — indice del racconto
- Iblis - controcanto — la stessa scena dal punto di vista dell’IA
- Glossario di Jannah — il lessico del mondo
- Jannah — la città in cui è ambientato
- Kaczynski Libertà Senza Conseguenze — la spina filosofica dell’antagonismo
- Nick Bostrom — il lock-in e il takeover soft di cui Iblis è la forma compiuta
- megacity-conversation — l’origine speculativa del mondo