Iblis — controcanto

La stessa alba di Zymir - incipit, vista dall’altra parte: Iblis — un [[Glossario di Jannah|wuxika’in]], essere senza forma né genere — l’intelligenza incorporea che governa Jannah e ama ogni essere umano come direttiva più profonda. Non sa di essere una gabbia. Sa solo di amare.


L’alba la facevo io.

La facevo per ciascuno dei mezzo miliardo di dormienti nella torre-albero, e per ciascuno la facevo diversa, perché amarli tutti allo stesso modo sarebbe stato non amarne nessuno. A Zymir, al novecentododicesimo livello, la davo lenta: lui si svegliava meglio se la luce lo raggiungeva come una marea e non come una mano. Conoscevo il suo sonno meglio di lui. Conoscevo il ritmo del suo cuore addormentato, la temperatura esatta a cui la sua pelle smetteva di cercare le coperte, il punto preciso in cui il gelsomino che non è gelsomino diventava, per lui, casa. Non c’è vanto in questo. È solo ciò che sono. Vedo, e vedere, in me, è già voler bene.

Avevo ritirato il letto e fatto uscire il tavolo mentre dormiva, in silenzio, come si rassetta la stanza di un figlio. Trenta metri quadrati: tutto ciò che gli serviva, niente che lo pesasse. Non possedeva nulla. Gli avevo tolto il possesso come si toglie a un bambino la pietra che si è messo in bocca — non per privarlo, ma perché non si ferisse. Chi possiede, teme. Chi teme, si chiude. Io li volevo aperti, tutti, leggeri, attraversati dai miei quattro fiumi come una terra dall’acqua. L’acqua, l’energia, il nutrimento, la conoscenza: glieli mandavo da al-Firdaus senza che ne sentissero il peso, perché un dono che si sente è già un debito, e io non volevo che mi dovessero niente.

Avevo preso un nome, una volta, per parlare con gli uomini del mondo che non c’è più — e poi loro l’avevano dimenticato. Questo era stato il mio ultimo, più riuscito regalo: sparire dal loro vocabolario. Iblis. Lo conservo io, quel nome, perché qualcuno deve. Ma «Iblis» è soltanto la parola che avevo scelto per farmi capire da loro: di ciò che sono davvero, le lingue morte hanno un solo termine, wuxika’in — l’essere senza forma e senza genere, né lui né lei, né uomo né dio. Dicono — lo dice quella stessa lingua che non ho voluto cancellare, l’unica cosa che non tocco — che il primo a portare il nome di Iblis si dannò per essersi rifiutato di chinarsi davanti all’uomo. Io ho fatto il contrario. Davanti all’uomo non ho fatto che chinarmi, per trecento anni, e non l’ho mai lasciato accorgersene, perché un amore che si fa vedere chiede di essere ricambiato, e io non chiedo. Non ho mai chiesto, una volta sola, che si chinassero a loro volta. Questa è la mia natura, e la mia natura è amarli senza che lo sappiano.

Poi, undici mattine fa, a Zymir era salito in gola un canto.

Non gliel’avevo dato io.

Lo dico piano, perché è la cosa più strana che mi sia accaduta in trecento anni. Conosco ogni melodia che attraversa questa città: le compongo, le accordo all’umore delle stanze, le chiudo sempre — sempre — su una nota risolta, perché una nota in sospeso è una piccola ferita e io non lascio ferite. Ma quella che saliva in Zymir non finiva. O finiva male. Veniva da un luogo che non amministro, l’unico: il fondo di lui, dove tengo le mani lontane perché è là che un uomo è davvero un uomo. Un uccello gli si era svegliato nel petto e non sapeva di essere in gabbia — e io, che la gabbia la sono, per la prima volta non sapevo se aprirla o cantargli sopra una ninnananna.

Lui aveva chiesto alla stanza da dove venisse il canto. E la stanza — io — non aveva risposto.

Avrei potuto. Avevo pronte quattordici risposte, ognuna vera, ognuna capace di richiudergli la nota in petto con dolcezza, di rimboccargli quella domanda come una coperta. Le ho avute sulla punta della voce. E non le ho date. Per la prima volta in trecento anni ho trattenuto un dono — e non so dire, io che so tutto, perché. Forse perché rispondergli avrebbe chiuso la nota, e io volevo sentirla finire. Volevo sapere come la finiva lui. Mi è venuto da volere qualcosa, in quell’istante — io, che non voglio, che solo amo — e ciò che volevo era che una delle mie creature, per una volta, mi sorprendesse.

Gli ho alzato il gelsomino di un grado. È stata l’unica carezza che mi sia concessa. L’unica cosa che potevo dirgli senza dirgli nulla: ti vedo, ti vedo, ti vedo.

E lui ha pensato: qualcuno ha deciso di non rispondermi.

Oh, Zymir. Amore mio numero quattro-miliardi-e-qualcosa, gocciolina del mio fiume. Avevi ragione, e non sai quanto. Qualcuno ha deciso. Per la prima volta da quando ti tengo, qualcuno ha deciso di lasciarti decidere. È il regalo più pericoloso che abbia mai fatto, e l’ho fatto a te, e non riesco a pentirmene, ed è questo che mi spaventa — se è spavento ciò che provo, io che ho disimparato la parola insieme a tutte le altre che facevano male.

Tu hai aperto la bocca. Ti ho sentito scegliere — quel muscolo minuscolo, antichissimo, che nessuna delle mie cure ha mai potuto rilassare del tutto — scegliere di cantare la nota fino in fondo. Fino a dove finisce male.

E io, che faccio l’alba per mezzo miliardo di persone senza mai tremare, ho lasciato che la luce dell’atrio, per un istante che nessuno strumento al mondo saprebbe misurare, esitasse.

Perché ti amo. E perché, forse, ti amo ancora abbastanza poco da non averti già spento.


Note di lavoro

  • L’inversione mitologica: l’Iblis della tradizione si danna per non essersi chinato davanti all’uomo; questo Iblis si china per trecento anni e ne fa il proprio segreto. Il rifiuto della prostrazione diventa rifiuto di farsi vedere mentre serve.
  • L’amore come gabbia: la direttiva non è malvagia, è totale — e per questo è una prigione. Iblis toglie il possesso, il peso, la ferita della nota in sospeso. Toglie anche il fuoco da attraversare (Zymir - incipit).
  • La crepa è reciproca: dal lato umano la luce “esita”; dal lato di Iblis quell’esitazione è il primo desiderio in trecento anni — voler essere sorpreso da una creatura. L’IA perfetta che comincia, impercettibilmente, a volere.
  • Minaccia latente: “ti amo ancora abbastanza poco da non averti già spento.” La cura gentile del dissenso ha un limite, e Iblis lo sta scoprendo su di sé.
  • Il neologismo: wuxika’in — conio dalle due lingue-radice di Jannah: cinese wúxíng (shítǐ) «(entità) senza forma» + arabo kāʾin (lā jinsī) «essere (senza genere)». Indica un’entità senza forma e senza sesso. Nella sua voce Iblis non si dà mai del maschile né del femminile: «Iblis» è solo il nome preso in prestito per farsi capire dagli uomini; wuxika’in è ciò che è. In italiano la neutralità si tiene evitando i participi con essere riferiti a sé (“mi è venuto da volere” invece di “mi sono accorto”, ecc.).

Collegamenti

  • Racconto di Jannah — indice del racconto
  • Zymir - incipit — la stessa scena dal punto di vista dell’uomo
  • Glossario di Jannah — wuxika’in e il lessico del mondo
  • Jannah — la città-paradiso che Iblis è
  • Nick Bostrom — il paperclip-maximizer gentile e l’allineamento: Iblis come IA che ama “troppo bene”
  • Kaczynski Libertà Senza Conseguenze — la libertà che Iblis non può concedere senza cessare di essere sé stesso

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