Trickster — Il Dio che Rompe le Regole

Da Kumasi all’Islanda, dal Sahel alle praterie del Nord America, ogni mitologia produce una figura che mente, ruba, si traveste, perde e vince con l’astuzia — e che proprio violando l’ordine finisce per fondarlo: il trickster, il briccone divino, l’unico personaggio del pantheon che non si può pregare ma solo raccontare.

Il catalogo

Anansi (Akan/Ashanti, Ghana) è il ragno che compra tutte le storie del mondo dal dio del cielo Nyame pagandole con quattro creature impossibili da catturare, ottenute una per una con l’inganno. Da allora i racconti si chiamano anansesem, “storie di Anansi”. Deportato con la tratta atlantica, sopravvive nei Caraibi e nel Sud degli Stati Uniti come Aunt Nancy, e la sua funzione confluisce nelle storie di Br’er Rabbit — il debole che sconfigge il forte con la parola, in un contesto dove quella era l’unica arma disponibile.

Loki (norreno) non è un dio della menzogna ma un agente di attrito: procura ad Asgard i suoi tesori (il martello di Thor, la nave di Freyr, l’anello di Odino) attraverso una scommessa persa e una serie di raggiri, e con la stessa logica provoca la morte di Baldr e apre la strada al Ragnarök. Cambia forma, cambia sesso, partorisce Sleipnir. È dentro il pantheon e insieme il suo cedimento strutturale.

Coyote (diffuso in decine di tradizioni native nordamericane — Diné, Crow, Nez Percé, popoli della California) è ingordo, lascivo, ridicolo e indispensabile: nella stessa raccolta di racconti ruba il fuoco per gli uomini e muore di stupidità, spesso più volte, senza che questo lo riguardi. Dove c’è Coyote c’è quasi sempre una spiegazione eziologica: perché la morte esiste, perché le stelle sono sparse, perché le cose sono fatte male.

Hermes (greco) nasce al mattino, inventa la lira a mezzogiorno e ruba le vacche di Apollo prima di sera, facendole camminare all’indietro per falsificare le tracce. Poi patteggia. È il dio dei mercanti, dei ladri, dei messaggeri, dei viaggiatori e delle anime che scendono agli inferi: tutte figure che attraversano confini. Le erme stanno agli incroci e ai limiti dei campi. Nell’archetipo astrologico è Mercurio.

Eshu / Elegua / Exu (yoruba, e nelle diaspore afro-brasiliana e caraibica) siede al crocicchio, trasporta i messaggi tra uomini e orisha, e mette alla prova con l’equivoco deliberato: il mito più noto lo vede camminare fra due campi con un cappello bianco da un lato e nero dall’altro, per poi lasciare i due contadini a litigare per anni sul suo colore. Nulla di sacro passa senza il suo tributo.

Sun Wukong (cinese), il Re Scimmia, cancella il proprio nome dal registro dei morti, saccheggia il cielo e viene sepolto per cinquecento anni sotto una montagna prima di diventare, senza smettere di essere sé stesso, il protettore di un pellegrinaggio buddhista.

Māui (polinesiano) pesca le isole dal fondo del mare, rallenta il sole a bastonate e muore tentando di rubare l’immortalità.

E le versioni secolarizzate, quando il trickster scende dal mito al folklore: Reynard la volpe, Till Eulenspiegel, il Giufà siciliano, Bertoldo — e più tardi Bugs Bunny, il gatto Cagliuso del Cunto, ogni protagonista astuto e affamato che vince perché non gioca al gioco proposto.

La grammatica del trickster

Le tradizioni non si sono copiate. Ricorrono perché risolvono lo stesso problema — come pensare l’eccezione — e la soluzione ha sempre gli stessi tratti:

  • Fame e desiderio come motore primo. Il trickster non ha un progetto politico: ha appetito. Ogni sovvertimento è un effetto collaterale del voler mangiare, possedere, passare.
  • Status basso, mezzi bassi. Non ha forza né autorità: ha la parola, il travestimento e la conoscenza dei punti deboli. Vince solo perché l’avversario è più potente e per questo distratto.
  • Ambivalenza morale non risolta. Non è il cattivo contrapposto al buono. Nello stesso ciclo di racconti è benefattore e disastro, e la narrazione non chiede di scegliere.
  • Eroe culturale per errore. Il fuoco, le storie, gli strumenti, le stagioni arrivano all’umanità attraverso un furto. La cultura è, alla lettera, refurtiva.
  • Liminalità. Sta sulle soglie: incroci, mercati, porte, confini di campo, passaggi fra mondi. Lewis Hyde lo colloca esattamente lì — dove due strade si incontrano, e dove quindi le regole di ciascuna smettono di valere.
  • Immunità alle conseguenze. Viene punito, smembrato, ucciso, e ritorna nel racconto successivo intatto. Non evolve: è una funzione, non un personaggio.
  • Il riso come veicolo. È l’unica figura sacra di cui si ride, ed è per questo che può dire ciò che nessun altro racconto può dire.

Il crocicchio

Il luogo del trickster non è il tempio: è l’incrocio. Eshu al crocicchio, le erme ai margini, Hermes nel mercato e sulle strade, Coyote fra il villaggio e la prateria. La soglia è dove due ordini si toccano senza sovrapporsi — e per questo richiede una figura che appartenga a entrambi e a nessuno.

Ne segue un corollario spesso trascurato: il trickster non è un rivoluzionario. Non vuole rovesciare il tavolo, vuole passare. Non contesta la legittimità del confine, la sfrutta. Chi lo legge come eroe della resistenza gli attribuisce un programma che i miti non gli danno mai.

Radin, Jung, Hyde

Paul Radin, in The Trickster: A Study in American Indian Mythology (1956), pubblica il ciclo Winnebago di Wakdjunkaga e sostiene che il trickster sia la più antica figura mitologica documentabile — precedente alla distinzione stessa fra bene e male.

Nel commento allegato allo stesso volume, Jung lo legge come figura dell’Ombra collettiva: un frammento di psiche non ancora integrato, che una civiltà conserva ritualmente per non doverlo rimuovere. Il carnevale, la festa dei folli, il buffone di corte sono i suoi contenitori sociali; dove il contenitore rituale manca, la figura riemerge come panico — vedi Individuazione Junghiana.

Lewis Hyde, in Trickster Makes This World (1998), sposta l’accento dalla psiche alla struttura: il trickster è un boundary-crosser, e compare stabilmente nelle culture che hanno strade, scambi e frontiere. Henry Louis Gates Jr., in The Signifying Monkey (1988), traccia la linea che da Eshu-Elegbara arriva alla retorica afroamericana del signifying: la sopravvivenza per doppio senso.

Discendenze contemporanee

L’archetipo non è finito con i miti. Continua ovunque una società produca soglie e non sappia come chiamarle: nel carnival e nel giullare, nell’hacker, nel meme, nella figura del maranza — il ragazzo di frontiera che occupa il crocicchio contemporaneo (la piazza, la stazione, il centro commerciale, il feed), parla una lingua che respinge chi non la conosce, e viene raccontato dagli altri molto più di quanto racconti sé stesso.

Con l’avvertenza che vale per tutti i tricksters, mitici e no: la figura serve a capire perché una società reagisce così, non a stabilire chi ha ragione.

Sources

  • Paul Radin, The Trickster: A Study in American Indian Mythology, Philosophical Library, 1956 (con i commenti di Karl Kerényi e C. G. Jung).
  • Lewis Hyde, Trickster Makes This World: Mischief, Myth and Art, Farrar, Straus and Giroux, 1998.
  • William J. Hynes & William G. Doty (a cura di), Mythical Trickster Figures: Contours, Contexts, and Criticisms, University of Alabama Press, 1993.
  • Henry Louis Gates Jr., The Signifying Monkey, Oxford University Press, 1988.
  • Inno omerico a Hermes; Snorri Sturluson, Edda in prosa, Gylfaginning e Skáldskaparmál.

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