Gatti e Divinità Ctonie
Da Atene a Menfi, da Ásgard alle Highlands scozzesi, il gatto ricorre come compagno di divinità che presiedono soglie, morte e oltretomba — non per un’unica origine comune, ma perché le sue qualità reali (occhi che brillano nel buio, vista notturna, andatura silenziosa, indole sfuggente) lo rendono il candidato naturale a incarnare il passaggio fra i mondi in culture indipendenti fra loro.
Galinthias e Ecate
Il legame più diretto e meno noto è greco. Secondo Antonino Liberale (Metamorfosi, sulla scorta di fonti più antiche), Galinthias, l’amica e levatrice che con l’inganno aiutò Alcmena a partorire Eracle beffando le Moire, fu punita da queste ultime trasformandola in una galê — donnola o gatta, gli antichi non distinguevano nettamente i due animali. Ecate, impietosita dalla sorte di chi aveva agito con lealtà, ne fece la propria serva sacra, accogliendola nel suo corteo notturno.
È il seme mitologico di un’associazione che il folklore medievale e rinascimentale amplificherà enormemente: il gatto nero come forma assunta dalle streghe o come loro famiglio, proiezione tarda ma diretta della dea dei crocicchi e della stregoneria — vedi Ecate.
Bastet e Sekhmet — il doppio volto egizio
L’Egitto conserva l’esempio più esplicito di un felino che è insieme dea solare e dea della morte. Bastet, raffigurata come gatta o come donna con testa di gatta, è protettrice del focolare e della fertilità, ma nasce come aspetto addomesticato della leonessa Sekhmet, dea della guerra, della peste e della distruzione, inviata da Ra a punire l’umanità. Le due sono la stessa forza in due registri: benevola e domestica l’una, letale e incontrollabile l’altra — la stessa ambivalenza fra protezione e morte che in Grecia si distribuisce fra Ecate e Persefone.
I gatti venivano mummificati in massa nei templi di Bastet a Bubastis come offerte votive: l’animale reale diventava tramite fisico verso la dea e, per estensione, verso l’aldilà.
I gatti di Freyja
Nella mitologia norrena, il carro di Freyja — signora della magia seiðr e del Fólkvangr, il campo dove accoglie metà dei guerrieri caduti in battaglia (l’altra metà va al Valhalla di Odino) — è trainato da due gatti grigi. Freyja non è una divinità ctonia in senso stretto, ma la sua funzione di psicopompa per i caduti la avvicina strutturalmente a Ecate e a Persefone: anche qui l’animale che la accompagna è un felino, non un cavallo o un lupo come ci si aspetterebbe da una divinità guerriera.
Il Cat Sìth celtico
Il folklore scozzese delle Highlands parla del Cat Sìth, un grande gatto nero fatato con una macchia bianca sul petto, abitante del confine fra il mondo umano e quello degli Aos Sí — lo stesso Altro Mondo che percorre le fairy paths. Si credeva rubasse l’anima dei morti passando sul cadavere prima della sepoltura (da qui il rito del Là Fhèill Fhaolain, la veglia funebre con giochi e distrazioni per tenerlo lontano dalla salma) — una funzione di guardiano/predatore della soglia fra vita e morte perfettamente sovrapponibile a quella dei gatti egizi e greci.
Perché il gatto
Nessuna di queste tradizioni deriva dalle altre: sono soluzioni indipendenti allo stesso problema simbolico. Il gatto è un animale liminale per natura — notturno ma non invisibile come i veri animali dell’ombra, domestico ma mai del tutto sottomesso, silenzioso nel movimento, con occhi che paiono contenere una luce propria nel buio. È l’animale ideale per rappresentare ciò che vede oltre la soglia che i vivi non attraversano: la stessa funzione di mediazione fra i mondi che Ecate esercita fra Olimpo, terra e Ade.
Sources
- Antoninus Liberalis, Metamorphoses, XXIX (mito di Galinthias).
- Herodotus, Historiae, II.
- Snorri Sturluson, Prose Edda, Gylfaginning.
- McNeill, F. Marian. The Silver Bough, Vol. I. 1957 (Cat Sìth e Là Fhèill Fhaolain).
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