Creolo Urbano e Creolo Digitale
Le sottoculture producono lingue di confine, che servono a farsi capire dentro il gruppo e a far capire a chi sta fuori che non è invitato. Quello urbano nasce dal contatto fra lingue in un quartiere; quello digitale dal contatto fra fandom su una piattaforma.
Una parola usata in senso lato
In linguistica creolo ha un significato stretto. Due comunità senza lingua comune improvvisano un pidgin, cioè un codice di servizio con grammatica minima e lessico preso in prestito. Quando una generazione di bambini cresce parlandolo come lingua madre, il pidgin si stabilizza, acquista una grammatica completa e diventa creolo (haitiano, tok pisin, papiamento). Gli ingredienti hanno un nome tecnico: la lingua lessificatrice fornisce la maggior parte delle parole, il substrato (le lingue dei parlanti) lascia tracce nella pronuncia e nella sintassi.
Né il parlato dei maranza né il gergo di 4chan sono creoli in questo senso: nessuno li impara come prima lingua e nessuno li usa per tutto. La parola resta comunque utile come metafora, perché descrive bene la meccanica del contatto: un lessico dominante, uno o più substrati, una grammatica che si semplifica e si ricombina. Per i fenomeni concreti la letteratura usa due etichette più precise.
Il creolo urbano: il multietnoletto
Il termine tecnico è multietnoletto (Michael Clyne, 2000): una varietà della lingua nazionale nata nei quartieri dove adolescenti di origini diverse crescono insieme e hanno in comune soltanto la scuola e la strada. Il fenomeno è europeo e si ripete con poche variazioni:
- Kiezdeutsch a Berlino (Kreuzberg, Neukölln): lassma Görli gehen, “andiamo al Görlitzer Park”, con articolo e preposizione caduti; wallah, yalla, lan dal turco. Heike Wiese, nel 2012, ha proposto di trattarlo come un nuovo dialetto tedesco a tutti gli effetti, e la proposta ha fatto scandalo.
- Multicultural London English (MLE): sostrato giamaicano, bengalese, africano occidentale; innit, wagwan, mandem, peng. È la lingua della grime e della drill UK.
- Rinkebysvenska a Stoccolma, Straattaal ad Amsterdam, kebabnorsk a Oslo.
- A Milano l’ossatura è l’italiano regionale lombardo. Dall’arabo maghrebino arrivano wallah, sahbi, khoya, zarma, hagra, dall’inglese della trap bro, flex, opp, dal romanesco e dal napoletano delle serie TV altri innesti.
Hanno tutti gli stessi tratti:
- Il lessico di prestito è marcato, la grammatica resta nazionale. Le parole arabe o turche sono poche, ma sono le parole che contano: giuramenti, affetti, insulti, saluti. Sono il lessico della lealtà (wallah, “lo giuro su Dio”) e dell’appartenenza (khoya, “fratello”).
- Non è una lingua etnica. La parlano anche gli adolescenti italiani “da generazioni” dello stesso quartiere. Non indica da dove viene la tua famiglia, indica dove stai.
- È una varietà di registro, non una lingua madre. Lo stesso ragazzo passa all’italiano standard con il professore e all’arabo con la nonna. Il multietnoletto è il terzo codice, quello del gruppo dei pari.
- I media lo diffondono e così lo standardizzano. La musica (drill e trap) toglie le parole dal quartiere e le distribuisce su scala nazionale. A quel punto wallah lo dice anche chi a Bari non ha mai conosciuto un marocchino.
Il creolo digitale: l’antilinguaggio scritto
Per il versante online lo strumento migliore è l’antilinguaggio di Michael Halliday (Anti-languages, 1976). È il gergo di un’anti-società, un gruppo che si definisce in opposizione a quella dominante (Halliday studiava il gergo dei ladri elisabettiani e quello delle carceri polacche). La grammatica resta la stessa, mentre il lessico viene rilessicalizzato proprio nei campi che il gruppo considera vitali, e lì si moltiplicano i sinonimi.
Quello digitale ha tre caratteristiche che il multietnoletto non ha:
- È scritto prima che parlato. Usa la tipografia come materiale: maiuscole, punteggiatura, emoticon, formattazione. Molte sue parole non hanno una pronuncia condivisa.
- È deterritorializzato. Il substrato non sono le lingue delle famiglie ma i media consumati in comune: anime, videogiochi, forum precedenti. Si trovano a condividerlo due persone che non si sono mai viste, a undici fusi orari di distanza.
- La lingua lessificatrice è quasi sempre l’inglese. In italiano il creolo digitale arriva come prestito crudo, vedi Egemonia Culturale Statunitense.
Il dialetto Anon (4chan)
4chan è l’esempio più compiuto, perché la sua architettura (anonimato, nessuna reputazione, thread che scompaiono) rende la lingua l’unico documento d’identità. Senza nome utente, l’unico modo di riconoscere un veterano è come scrive.
- Il suffisso -fag è un morfema produttivo che forma i nomi delle categorie: newfag e oldfag, summerfag, e su ogni board la propria (/v/fag, animefag). Il fatto che sia un insulto è voluto: serve a tenere lontano chi si offende.
- Il greentext (
>be me,>mfw,>tfw no gf) è una forma narrativa con regole precise: frasi brevi alla terza persona implicita, tempo presente, chiusura comica o tragica. Il genere letterario coincide con il formato tecnico. - Il lessico valutativo è based, cope, seethe, dilate, glowie (l’infiltrato federale, termine attribuito a Terry Davis), normie, kek. Quest’ultimo viene da World of Warcraft, dove il “lol” dell’Orda appariva come “kek” ai giocatori dell’Alleanza, ed è poi diventato la divinità parodica Kek di /pol/.
- Il substrato giapponese, ereditato da 2channel e Futaba: waifu, -chan, desu, baka, e l’impianto stesso dell’imageboard.
- Lo shibboleth. Lurk moar (“osserva di più prima di scrivere”) è la regola d’ingresso: per parlare bisogna prima aver assorbito la lingua. Chi la usa male si è appena denunciato da solo come estraneo.
Il dialetto furry
Il fandom furry ha un antilinguaggio di tipo diverso, affettivo e infantilizzante invece che aggressivo. La sua origine scritta risale ai MUCK degli anni Novanta (FurryMUCK), dove le azioni si descrivevano in terza persona (*boops your snoot*).
- Il lessico identitario. Fursona è l’unità di base del sé; fursuit, partial, murrsuit; mundane per chi non fa parte del fandom, l’equivalente esatto del normie di 4chan visto dalla parte opposta.
- Il lessico erotico in codice. Yiff nasce come presunto verso della volpe e diventa eufemismo sessuale: un caso da manuale della rilessicalizzazione di Halliday.
- L’onomatopea animale come morfologia. Awoo, mrrp, nya, boop, floof; e poi OwO e UwU, kaomoji preesistenti che il fandom adotta fino a far diventare OwO what’s this? il proprio stemma involontario. C’è anche il registro uwuificato (la r e la l che diventano w), che scimmiotta la pronuncia infantile.
- Il substrato sono i cartoni animati occidentali, il furry art degli anni Ottanta e la cultura dei MUD. Alcuni tratti grafici condivisi con l’otaku-speak portano verso otherkin e therian.
Altri dialetti digitali
- Leetspeak (anni Ottanta-Novanta, BBS e scena hacker): 1337, h4x0r, pwn, n00b. Era nato come cifratura contro i filtri delle bacheche ed è diventato marca di status. È il più antico, già fossile, vedi Età dell’Oro dell’Informatica Libera.
- DoggoLingo (Tumblr e Twitter, 2014-2017): doggo, pupper, heckin, blep, mlem, borking. È un creolo puramente ludico, senza nemico, e infatti il mainstream lo ha assorbito senza nessuna resistenza.
- Algospeak (TikTok, dal 2020 circa): unalive, seggs, le dollar bean (lesbian), 🌽 per porn, SA. È il caso più interessante, perché l’interlocutore da cui nascondersi non è un gruppo umano ma un filtro di moderazione automatica. È un antilinguaggio rivolto alla macchina, che poi colonizza anche il parlato: ci sono adolescenti che dicono unalive ad alta voce, dove nessun algoritmo li sente.
- Il linguaggio “di TikTok” (slay, periodt, ate, it’s giving, the tea) è in gran parte AAVE e lessico della ballroom culture queer nera. Arriva al pubblico generale già svuotato della sua origine, vedi Regressione Linguistica e Slang Adottato.
Il confronto
| Creolo urbano (multietnoletto) | Creolo digitale (antilinguaggio online) | |
|---|---|---|
| Luogo del contatto | quartiere, scuola, cortile | board, server, feed |
| Substrato | lingue delle famiglie migranti | media consumati in comune (anime, giochi, forum) |
| Lessificatore | lingua nazionale | inglese |
| Canale | orale, poi musica | scritto, poi meme |
| Marcatore d’ingresso | pronuncia, giuramenti, saluti | formato, ironia, sigle |
| Nemico implicito | lo sguardo istituzionale (polizia, scuola, media) | il normie, il mundane, il moderatore, l’algoritmo |
| Destino | standardizzato dalla trap, assorbito dal pop | standardizzato dal meme, assorbito dal marketing |
Le due colonne hanno in comune la funzione dello shibboleth. Il riferimento è Giudici 12,5-6: i Galaaditi riconoscevano gli Efraimiti in fuga perché non sapevano pronunciare shibbolet. Entrambi i creoli servono prima di tutto a escludere. Comunicare viene dopo, e del resto dentro il gruppo ci si capirebbe anche in italiano o in inglese standard.
Hanno in comune anche il destino. Una parola funziona come shibboleth solo finché il mainstream non la conosce. Quando la imparano le pubblicità, i politici o i genitori (based in un tweet istituzionale, wallah in un post di un brand), smette di escludere e il gruppo ne conia un’altra. Il creolo sottoculturale ha quindi un ricambio continuo, alimentato proprio dal suo successo.
Dove si incontrano
TikTok è il punto in cui le due colonne si fondono. Lì il multietnoletto dei maranza diventa scritto: wallah nelle caption, fra nei commenti, frasi in arabo traslitterato con i numeri al posto delle lettere che l’alfabeto latino non ha (3 per ʿayn, 7 per ḥa), l’arabizi che è il leetspeak dei ragazzi magrebini. Nello stesso tempo l’algospeak e il lessico da meme diventano parlati nelle piazze. Il quindicenne di Corvetto che dice wallah, è cringe, mi unalivo sta parlando una lingua costruita con un quartiere e una piattaforma insieme.
Ne viene una conseguenza: il creolo urbano non è più solo locale e quello digitale non è più solo online. Il confine fra i due, che fino al 2015 teneva, oggi corrisponde a quello fra chi produce il codice e chi lo trova già pronto. Per l’adulto che dice “bro” quel confine è descritto in Regressione Linguistica e Slang Adottato.
Sources
- Michael A. K. Halliday, “Anti-Languages”, American Anthropologist, 78(3), 1976, pp. 570-584.
- Michael Clyne, “Lingua franca and ethnolects in Europe and beyond”, Sociolinguistica, 14, 2000 (introduzione del termine multietnoletto).
- Heike Wiese, Kiezdeutsch. Ein neuer Dialekt entsteht, C.H. Beck, 2012.
- Jenny Cheshire, Paul Kerswill, Sue Fox, Eivind Torgersen, “Contact, the feature pool and the speech community: The emergence of Multicultural London English”, Journal of Sociolinguistics, 15(2), 2011.
- Gretchen McCulloch, Because Internet: Understanding the New Rules of Language, Riverhead, 2019.
- Copertura giornalistica sull’algospeak, 2022 (il termine si diffonde dopo un articolo di Taylor Lorenz sul Washington Post).
- Libro dei Giudici 12,5-6 (lo shibboleth).
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