Mediaset e l’Occasione Mancata degli Anime
L’Italia è un paese di appassionati di animazione giapponese fin da Mazinga, ma le sue reti non hanno mai saputo capitalizzare questo amore — e il valore se lo sono preso gli americani.
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La tesi forte del thread: mentre Crunchyroll nasceva all’estero come sito pirata di universitari, si ripuliva l’immagine convertendosi al legale e veniva infine venduta a Sony per quasi 1 miliardo di €, Mediaset si limitava ad aprire Italia 2 come “contenitore di vecchissime repliche”. Un fatturato Mediaset di ~4 miliardi: Crunchyroll, se fosse stato italiano, avrebbe rappresentato circa un quarto del giro d’affari annuo dell’intera azienda.
Il thread la articola in una catena storica (raccontata da chi “ha vissuto quegli anni”):
- Anni ‘90: il pubblico voleva prodotti esteri di qualità senza censure; Mediaset li percepiva come una minoranza rumorosa e scomoda, e censurava in sinergia con Moige e ambienti ecclesiastici (→ il versante della censura).
- Primi 2000: l’ADSL diventa economica, arriva anche in campagna, e scoppia il boom dei fansub amatoriali. Bleach è enorme pur senza doppiaggio; la TV viene abbandonata.
- Il mercato nero rinvigorito dalla rete diventa il terreno su cui nasce Crunchyroll (→ Pirateria che si Legalizza — il Modello Crunchyroll).
- Mediaset si lascia scappare il successivo grande successo.
Il dibattito (la nota non è univoca)
Il thread non concorda su perché sia andata così:
- Tesi del torto strategico: la dirigenza Berlusconi era “scollegata dal mondo”, vedeva l’animazione come un genere e non una tecnica e ha mancato un mercato enorme per cecità culturale.
- Tesi del calcolo razionale: non si decide “andando da Piersilvio”; semplicemente gli exec hanno fatto proiezioni di ascolto e scelto di massimizzare sul target anziano/femminile, dove c’erano i numeri. Avere capitale ed essere leader in un settore non rende capaci di vincere in mercati attigui (vale anche per i videogiochi, o per Netflix).
- Tesi della complessità aziendale: gli anime erano persino ben visti in Mediaset (cfr. interviste a Alessandra Valeri Manera e Cristina D’Avena); le censure non erano puritane ma naïf — si credeva di dover adattare i cartoni per renderli accessibili. Berlusconi si considerava un pioniere per averne intuito il potenziale (da Mazinga in poi). Furono gli exec “grigi”, dati alla mano, a cancellare la programmazione.
Cosa comprava Mediaset (e perché)
A sostegno della tesi del calcolo razionale: fin dalla notte dei tempi, Fininvest/Mediaset acquistava animazione giapponese secondo categorie merceologiche ben precise, ognuna pensata per un target e una collocazione di palinsesto. Non un amore per il mezzo, ma un riempimento di caselle.
- Romcom e teen drama — la versione animata dei telefilm americani sentimentali trasmessi in contemporanea sugli stessi canali: da Kiss Me Licia a Orange Road, da Marmalade Boy a Kodomo no Omocha. Le commedie “pulite” come Keroro e Kurochan rientrano in parte qui, pur essendo acquisti più rischiosi perché senza un fine ultimo della storia né un mordente romantico.
- Sportivi — da Captain Tsubasa (Holly e Benji) e Mila & Shiro fino a roba di nicchia come il golf di Lotti.
- Azione/avventura/combattimento “per i maschietti” — Dragon Ball, I Cavalieri dello Zodiaco, poi Naruto e One Piece, ma anche Lupin. E Nadia, comprato quasi alla cieca: il vero outlier del blocco Mediaset, mai spiegabile fino in fondo (ma mai sbaglio fu così felice).
- Maghette “per le femminucce” — dai classici Studio Pierrot ai gold standard Card Captor Sakura e Sailor Moon, fino a Tokyo Mew Mew, Doremi, Corrector Yui. Qui un’osservazione a parte: la Rai, in risposta, comprò Pretty Cure ignara che sarebbe diventato il franchise majokko del terzo millennio — e non seppe sfruttarlo, abbandonando licenza e distribuzione a metà.
- Serie-spot da ~20 minuti per vendere giocattoli — Pokémon, Beyblade, Yu-Gi-Oh!. Curioso che anche Gundam Wing e Zoids vennero probabilmente comprati per vendere robottoni di plastica, mancando completamente il senso delle opere. (Quanto poi ci guadagnasse davvero Giochi Preziosi sulla distribuzione resta dubbio: il marketing è sempre stato airtight e gelosamente in mano ai produttori giapponesi.)
- Serie “normali” con ambientazioni occidentali — non straniavano un’audience italiana: Georgie, Candy Candy, Lady Oscar.
Il fattore decisivo per l’investimento era la lunghezza: una trentina di episodi minimo, così da permettere la trasmissione giornaliera per almeno un mese.
È proprio qui che si situa il disimpegno. Col venir meno di generi diretti e mainstream come questi, in favore di serie con un taglio più otaku e dalla durata di un solo cour (~15 episodi, insufficienti per il palinsesto quotidiano), Mediaset sembra aver perso interesse. Non (solo) cecità culturale: il prodotto che sapeva monetizzare aveva smesso di esistere nelle forme che le servivano.
La lettura
Tre spiegazioni convergono su un punto: avere il valore davanti e non saperlo riconoscere o convertire è una forma di subordinazione culturale (→ Egemonia Culturale Statunitense). Che sia per cecità, per calcolo o per inerzia aziendale, il guadagno finisce a chi ha saputo legalizzare ciò che gli italiani consumavano già gratis.
Sources
- Thread anonimo (imageboard, 24/06/2026), post No.4415363, 4415369, 4415376, 4415389